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Una madre

La donna

madre e figlio

stava seduta, immobile su una sedia metallica nella stanza disadorna davanti ad una porta chiusa. Il volto pallido e tirato, gli occhi arrossati da un recente e prolungato pianto, le mani giunte posate in grembo. La donna non sapeva da quanto tempo fosse lì, e nemmeno sapeva che ora fosse, però era certa che dovesse rimanere lì perché la sua presenza, dal suo punto di vista, era indispensabile. Il suo orecchio era proteso verso la porta nella speranza di cogliere un rumore o una frase ma il silenzio era assoluto. Un silenzio doloroso simile ad un urlo prolungato. Di là dalla porta il suo Mario lottava per non morire. I medici, professionali e distaccati, non le permettevano di entrare. Poche speranze e la esortavano a tornare alla sua casa perché a lei non era concesso fare nulla. Caparbiamente, lei rimaneva lì ancorata alla sedia a sperare l’impossibile nella ricerca ostinata di una soluzione.

Una madre

non può rinunciare alla speranza e può sognare l’impossibile. La porta improvvisamente si aprì ed un’infermiera la invitava gentilmente a tornare a casa, erano le 23, sarebbe potuta tornare l’indomani. Con fermezza rifiuto l’invito e rimase lì.
Le ore trascorrevano lente e di tanto intanto chiudeva gli occhi e pensava alla sua vita passata. In quei momenti aveva come dei flash. Ecco ora si vedeva, in una bellissima giornata primaverile lungo un viale alberato col piccolo Mario che le trotterellava al fianco. Le guance rosee e le gambette cicciottelle voleva camminare più veloce di lei. Un sasso, un capitombolo e un pianto disperato. Lei raccoglieva il suo bambino in un caldo abbraccio, un bacio sul ginocchio sbucciato e la “bua” era subito passata. Le mamme tutto possono.
Ora il film della sua vita cambiava il bambino aveva dieci anni ed era con lei in una stanza d’ospedale. Una brutta appendicite in peritonite, il chirurgo era stato bravo certamente ma il suo Mario era guarito per le sue amorevoli cure. Non l’aveva mai abbandonato, giorno e notte con lui per otto giorni.
Iniziava albeggiare e stava per iniziare il flash del quindicesimo compleanno di Mario.

La porta si aprì

il dottore di fronte a lei, balzò dalla sedia con aria interrogativa, c’era forse bisogno di lei? Il dottore spiegò che Mario aveva bisogno di un trapianto di fegato e data la sua giovane età era il primo nella lista d’attesa ma al momento non c’erano donatori e la cosa era urgente. Se non arrivava un donatore nel giro di poche ore, la morte era certa. La madre pensò che qualcuno dovesse morire in fretta e il suo Mario si sarebbe salvato. Si vergognò di quel pensiero atroce ma guardò il dottore con aria implorante, interrogativa:” Dottore, la prego ci deve essere un’altra soluzione” Il dottore le spiegò che a volte bastava una parte di fegato da un donatore vivente, ci sarebbe voluto un fratello ma Mario era figlio unico. La madre gridò:
“Dottore ci sono io, sono pronta, sono forte, procediamo” Il dottore spiegò che non poteva garantire la salvezza al 100% ma un 70%. La donna quasi spinse il medico e lo esorto a fare presto, lei avrebbe firmato.

La testa le doleva,

dottore

la bocca impastata, gli occhi rimanevano chiusi non rispondevano ai suoi comandi. Voleva aprirli e soprattutto capire perché si trovava in un letto e chi l’aveva messa lì. Lei si ricordava seduta su una sedia ed ancora sentiva il freddo del duro metallo.
Una mano gentile le prese una mano:”Signora è sveglia? Signora mi sente?” Annui e a un tratto ricordò tutto, e riconobbe la voce del dottore. “Dov’è mio figlio?” “E’ qui accanto a lei, ho ordinato di mettervi nella stessa camera, così trascorrerete la convalescenza insieme” Calde e copiose lacrime scesero dai suoi occhi e mai come in quel momento s’accorse di quanto fosse bella quella disadorna stanza e di quanto fosse meravigliosa la vita.

Celeste Travaino

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