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L'antifurto

chiave del bagagliaio dell'auto di Filippo

Filippo si fermò dietro la sua macchina, e infilò la mano sudaticcia nella tasca destra dei pantaloni per prendere la chiave e aprire il vano bagagliaio.
La sera era calda, la giornata era stata afosa, pesante, priva di soddisfazioni.
E adesso Filippo era infuriato.
“Dove diavolo…!” pensò irritato non trovandola subito. Tirò fuori il fazzoletto dalla tasca e lo passò nella mano sinistra. Anche il fazzoletto era umido e sporco, ormai, e quasi appallottolato. La chiave era in una delle pieghe, ma Filippo non se ne accorse. Riprese a cercare nel fondo della tasca, mentre l’irritazione saliva e in testa gli girava lo scambio di battute con l’ultimo cliente incontrato. Lui era infatti agente di commercio. Aveva visitato almeno altri sei negozianti, passando per tre paesi della provincia (ne aveva ricavato due piccoli ordini buoni solo a coprire le spese del giorno) e quello era stato l’ultimo incontro della giornata.

Per Filippo, agente di commercio, nel racconto "l'antifurto" di Umberto  Castagna si prepara per una pessima giornata

Filippo era un uomo solido per struttura fisica e per carattere. Alto e robusto, dal viso simpatico e accattivante, esperto del suo mestiere, ne sopportava bene le difficoltà. La zona (questo è il termine tecnico con cui si chiama la porzione di territorio che viene affidata a un venditore) era vasta, la clientela affidabile, lui bene introdotto. Ma quello era stato un giorno storto.
“Bestia che sono!” continuava a dirsi. L’avevano anche avvertito:
“Consonni? Vuoi andare da Consonni?! Ma chi te lo fa fare? Con i clienti che hai? Vuoi prenderti una rabbia gratis? quello si sente un padreterno con quei due o tre grossi fornitori che ha! quello… Ma lo sai come ci tratta? Quello…”
“Quello quello quello!” E c’era andato.

Grosso il paese, il Consonni – biancheria e intimo – si trovava in una strada centrale dalla quale partiva un groviglio di vicoli. Clientela assortita: alta, media e popolare. Ma una giornata di lavoro nel caldo, in giacca e cravatta, una di quelle dove l’afa si taglia col coltello… e settembre non cedeva: ondate di calore si susseguivano e nel pomeriggio ormai avanzato pareva che i raggi di un beffardo sole al tramonto colpissero la nuca di Filippo fin sulla soglia del negozio…
”Dio! ma perché non me ne sono tornato in albergo a farmi una doccia!” pensava varcando la soglia del negozio e intercettando gli occhi gelidi del Consonni, dentro ai quali stava scritto a tutte lettere: tu mi ci volevi proprio, e una linea della bocca era una minaccia.
E dire che Filippo non aveva portato con sé il campionario, proprio per non creare quell’armatura di difesa dietro la quale si trincea il cliente alla vista delle pesanti e aggressive valigie. Le valigie erano rimaste lì, nella macchina, e la macchina nel vicolo dietro l’angolo, dove l’aveva prudentemente parcheggiata. All’ombra.
All’ombra, sì, ma non al riparo di eventuali occhi esperti e interessati; quello ha lasciato le valigie in macchina. Però, con uno come il Consonni bisognava rischiare.

Boutique

Aveva passato la soglia e s’era diretto con passo deciso verso il banco del negozio. Un’occhiata da intenditore agli scaffali. Madonna quanta roba! Colmi gli scaffali e importanti i marchi in bell’evidenza. Un gemito dentro di sé “Che ci sono venuto a fare?” e aveva affiancato l’unico cliente presente, che pareva tra l’altro non contrattare un articolo in vendita, ma solo conversare allegramente col Consonni.
Del quale lo sguardo a lama di coltello s’era fermato su di lui e un solo cenno sbrigativo del capo gli aveva chiesto chi fosse.
“Sono – aveva detto Filippo con voce ferma ma educata – il rappresentante di ***”.
“Rappresentante. – aveva ripetuto finalmente l’uomo dietro il banco con voce carica di disprezzo e, rivolto al cliente con un sorriso al vetriolo, sil–la-bò: Ven-di-to-re… porta a porta.” Filippo capì con rabbia che l’uomo stava per dire “ambulante”. Uno che spingeva il carrettino, insomma. Poi, Consonni, indicando appunto la porta con la punta del mento: “Aspetti là.”
Si urla di rabbia dentro? Buono – disse Filippo a se stesso – Calmo.
“Là?”. Chiese fingendosi incredulo, e indicò la porta.
“Là.”
Basta, aveva scelto di ballare. “Balliamo” pensò e andò vicino all’ingresso. Non era umiliato, ma inferocito. Gonfiò il petto e attese. Consonni e il suo amico (che gli aveva anche gettato un’occhiata divertita) ripresero a parlare sottovoce, e a ridacchiare, perfino a ridere sgangheratamente
Passarono alcuni minuti del teatrino, finché Filippo ritenne di aver sopportato abbastanza. Prima di andar via, però, fece un tentativo conciliante. Disse: “Signor Consonni, pensa di potermi dare ascolto?”.
Una doppia risatina. I due si divertivano. Allora senza aspettare oltre pronunciò a voce alta un “Buongiorno” deciso e a testa alta uscì dal negozio.

Ed eccolo dietro la sua auto chiusa.
“Maledetta!” pensò, passando il fazzoletto (con la chiave) nella mano destra e cominciando a frugare nella tasca sinistra, prima nei pantaloni poi nella giacca. “Maledetta porca!”. La temperatura gli saliva dentro col nervosismo. E fu solo un caso se, agitato e stanco e incapace di riflettere com’era, spiegò il fazzoletto per asciugarsi le mani e la fronte e la chiave cadde a terra con un piccolo rumore metallico.
La temperatura interna cadde di colpo – Filippo aveva notevoli capacità di ripresa – e “Troietta! – pensò sorridendo – eri qui, eh!”. La raccolse, la infilò nella serratura e aprì il bagagliaio. Un urlo lacerante si levò dalla macchina.
“L’antifurto” disse a denti stretti Filippo, mentre la metallica invocazione di aiuto si diffondeva per il vicolo e per le strade adiacenti. Estrasse rapidamente con la destra la chiave dalla serratura del bagagliaio e dette un colpo rabbioso con la sinistra al coperchio, per richiuderlo. E gli sfuggì una parolaccia, insolita perfino per un agente di commercio incazzato: s’era dato una gran botta sulle dita. E la chiave gli era caduta dentro, tra le valigie del vano bagagli.
Tac, fece lo scatto automatico della serratura.

Tentativo di apertura dopo che la chiave era rimasta nel bagagliaio

L’antifurto continuava a lanciare il suo richiamo. Nell’imbrunire della sera accorrevano ragazzini, sulle porte dei bassi del vicolo e dalle finestre delle cucine si affacciavano le donne già intente ai fornelli, qualche uomo che rientrava rallentò il passo e si mise a guardare. Tra un momento anche il viavai serale della grande arteria si sarebbe occupato del lamento lacerante della sua macchina.
Filippo, immobile, con le braccia penzoloni, si guardava intorno smarrito e pieno di rabbia. Udì un bambino chiedere a un altro “…ma che, non scappa?” Un ladro! Lo prendevano per un ladro!
Un vigile urbano si avvicinò a passi lenti e gli si mise a fianco, facendosi largo tra la turba insolente dei mocciosi.
Filippo gli sorrise, col fare più sciocco che gli riuscì. Si strinse nelle spalle, sempre sorridendo, e disse:
“L’antifurto. L’avevo dimenticato”.
“Già” disse il vigile, condiscendente.
Il vigile sembrò persona comprensiva. Piccolo e magro, mostrava nel viso asciutto e un po’ livido di essere molto consapevole del suo ruolo. Sapeva attendere gli sviluppi dei casi che il suo ufficio di difensore dell’ordine pubblico gli offriva. Di solito qualcosa nasceva, e la sua giornata di ometto umiliato nella vita privata si illuminava.
Filippo si passò la mano sudata sul viso. L’antifurto urlava. Disse: “Non smetterà finché non si scarica la batteria”. “Già” assentì il vigile. “Staccalo, no?” s’intromise un moccioso, stuzzicandolo. “Perché non lo stacca?” chiese allora il vigile, comprensivo. “Non ho le chiavi” ammise Filippo, imbarazzatissimo. “Ah, ecco.” Il vigile aveva l’aria di partecipare. Gli occhi già piccoli erano però una divertita fessura. Aggiunse: “La macchina è sua, s’intende”. Era ancora molto accomodante. “Mia! mia!” disse Filippo con un gemito: stava per scoppiare. “E allora, le chiavi?”. Sembrava curioso, il vigile.
Cominciò a spiegare. Nervoso ma controllato. Argomentando, mostrò al vigile attentissimo e quasi partecipe del dolore, la mano con le evidenti tracce della botta. Allora una voce già accusatoria e beffarda pronunciò:
“Che cosa ha fatto, quest’uomo?” Quest’uomo!
Consonni era uscito dal negozio e, abbassata la saracinesca (la sera avanzava) era entrato nel vicolo.
“Lo conosce?” gli chiese il vigile. “Mai visto.” “Ma pare che sia un rappresentante.” “Un rappresentante avrebbe in mano il suo campionario.” La risposta era lapalissiana e Consonni si divertiva.
L’urlo dell’antifurto ricolmava le orecchie, i vicoli, la strada, ragazzini saltellavano intorno al gruppo e alla macchina, un uomo guardò l’interno dal finestrino, altri – dalle tute evidentemente operai – commentavano sottovoce, e all’orecchio di Filippo ormai fuori dai gangheri arrivò un sottovoce: “La può solo scassare”. E allora si decise e gridò: “C’è nessuno qui che abbia un cacciavite, una pinza, un ferro, una punta, un maledetto attrezzo?!”
Nella sera ormai piena, le luci dei fanali illuminarono il suo volto stravolto e molte altre facce di curiosi che non erano ormai più solo di bambini. Voci sussurrate si accavallarono, erano domande e risposte, opinioni e supposizioni, i “L’hanno acchiappato!” “Sul serio?” “Beh, stava per forzare il bagagliaio?” “Ma no! ha perso la chiave!” “E che ci vuole a forzare la serratura?”. “Madonna, stantifurto! Un’ossessione!” “Ma che fa il vigile, non l’arresta?”. Il vigile seguito dal divertito Consonni stava invece decifrando i tagliandi esposti all’interno del parabrezza, facendosi luce con una lampadina tascabile. Consonni lo sentì dire sottovoce: “Oh oh oh” e si fregò le mani.
Una mano si protese verso Filippo con un grosso cacciavite. Filippo lo prese senza guardare la faccia del donatore e cominciò a palleggiarlo tra le due mani. Era il momento di uscire dall’incubo (la sirena dell’antifurto perdeva colpi, e l’auto, già così amica, gli appariva mostro beffardo), ma non sapeva neppure come farlo. “Ci vuole un cuneo” disse una voce, e fu un segnale. Un uomo spinse Filippo e gli tolse il cacciavite mentre nell’altra mano gli appariva un pezzo di legno appuntito. Voci cominciarono, diverse, quasi amiche: “E’ Peppe, isso ci sape fa’” “Dotto’ facite fa’; Peppe se n’intende”. Altri commenti, facce protese, spintoni per vedere meglio… e fu un attimo: il bagagliaio si spalancò e l’uomo, oh salvatore! si fece da parte mentre Filippo tuffava testa e mani nel vano buio per cercare, trovare, alzare come un trofeo le chiavi, sentire applausi (ma erano per Peppe) e le facce illuminarsi nella fioca luce dei lampioni.
Poi, in pochi minuti, l’assembramento si sciolse, Filippo aprì lo sportello, tolse l’antifurto ridotto a lamento, uscì per cercare Peppe e ringraziarlo, i ragazzini si squagliarono, e mentre lui diceva ai due o tre uomini rimasti: “Adesso il problema sarà la batteria ormai scarica…la macchina non ripartirà se non la ricarico…la macchina è piena di bagagli…” quando gli si avvicinò il vigile.
Ecco, difficile sarebbe analizzarne l’espressione del viso. Perplesso? Indagatore? Curioso ma soddisfatto? Da tempo il tutore della legge che era in lui aveva plasmato sulla mobilità del viso i diversi sentimenti che nascevano in un’anima sostanzialmente meschina, che infatti trovava nell’infliggere una contravvenzione il massimo piacere della vita.
“Documenti?” chiese. E quando un insicuro e imbarazzato Filippo glieli porse, si mise ad esaminarne il contenuto – lentamente, con l’attenzione che avrebbe richiesto in uno studentello di terza media la soluzione del problema di Pitagora – arricciando le labbra, guardando ogni tanto l’espressione del viso di Filippo, stanco, malcontento, sudato, insicuro e confuso. Finalmente gli occhi del vigile – stretti e accusatori si alzarono dalle carte e la bocca pronunciò:
“La sua carta di circolazione è scaduta da quindici giorni e lei è in contravvenzione.”
Consonni appoggiato al muro, rideva.

Umberto Castagna

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