È da un po’ che sentiamo parlare di “boomers” e di “nativi digitali”, di generazioni: X, Y (millennials), Z (zoomers) e Alpha (quella dei nati interamente nel ventunesimo secolo) ecc. Non sempre questi termini vengono utilizzati in modo corretto e, in fondo, il più delle volte poco importa dal momento che spesso lo si fa in modo generico, solo per riferirsi agli anziani oppure ai giovani.
Il neologismo “boomer” (contrazione di: baby boomer) identifica i nati nel cosiddetto “baby boom”, che come è noto, in Europa e America del nord, fu un periodo di grande incremento demografico: una sorta di esplosione, da cui il nome. “Boomer” identifica quindi i nati negli anni compresi tra il 1946 e il 1964. Non è però tale caratteristica ad interessare e nemmeno che si tratti della generazione che precede la generazione X (dei nati dal 1965 al 1980) definita invisibile per consistenza e identità culturale. Il sostantivo infatti esce dall’ambito degli studi sociologici, iniziando a diffondersi nel linguaggio comune negli anni 2019-2020, per indicare una mentalità superata e in particolar modo la goffaggine dei più anziani nel fruire delle tecnologie informatiche. Oltre a tutta una serie assai discutibile di attribuzioni stereotipate.
Indipendentemente dai riscontri oggettivi in merito alle capacità di orientamento dei boomers in alcuni ambiti tecnologici, sia chiaro che si sta parlando di competenze dalle quali non avrebbe alcun senso far derivare giudizi di valore sulle persone in quanto tali. Ma l’utilizzo gergale di “boomer” (“Ok, boomer” è la risposta vagamente accondiscendente di alcuni giovani ai commenti degli adulti) significa proprio: “non sai, non vali, perciò non sei e non devi contare”. E questo non ha senso, come non ne avrebbe giudicare i giovani di oggi in funzione del fatto che sappiano o meno ricamare (attività che le boomers potrebbero aver appreso già nei primi anni della scuola dell’obbligo). Inoltre, generalizzando si escludono le minoranze e con esse anche le eventuali eccellenze, restituendo una visione della realtà ingiustamente appiattita, nella quale abilità differenti appaiono comunque incompatibili anche quando non lo sono affatto.
L’uso bonario, ma più spesso sarcastico dell’appellativo “boomer” potrebbe in fondo considerarsi parte di un’innocua prassi comune a tutti gli scontri generazionali, volta a rafforzare la percezione identitaria dei gruppi coinvolti e quindi anche la coesione al loro interno. I boomers però, qualora sappiano di esserlo (anagraficamente), possono reagire in modo opposto dividendosi ulteriormente tra offesi e orgogliosi; tra chi ritiene cioè di dover essere (e di poter essere) comunque al passo con i tempi e chi invece va fiero di doti al momento poco apprezzate; come testimoniano i social media, tristemente noti per fomentare ogni sorta di polarizzazione in gruppi contrapposti d’opinione; social che dimostrano anche quanto persino gli anziani fieri del proprio stato comunichino come tutti gli altri (dando prova di non essere, almeno in quel senso, poi così “boomer”!).
Vi si potrebbe leggere lo scontro di boomers giovanilisti e boomers tecnofobici, ma si tratterebbe ancora una volta di un errore dovuto, come si suol dire, all’aver fatto: “di tutte le erbe un fascio”. A maggior ragione sarebbe privo di senso storico attribuire ai boomers una scarsa consapevolezza ecologica, nonostante gli enormi danni perpetrati a carico dell’ambiente dalle generazioni passate.
Detto questo, potremmo tranquillamente non occuparci oltre della questione, limitandoci (tutti) ad evitare l’utilizzo della terminologia sopraelencata in contesti impropri, diversi cioè dall’area sociologica, demografica o statistica.
Il punto è però che il tema dell’impatto delle tecnologie digitali sulle nostre vite è troppo importante per essere ingnorato e ricondurlo ad una questione di adattamento al nuovo, riuscito o mancato, è riduttivo e fuorviante. Se non altro perché così facendo si dà per scontato che la direzione intrapresa sia inevitabile e giusta; si dà per scontato che il cambiamento proceda autonomamente, senza che debba essere operata alcuna scelta a monte; si dà per scontato che non meriti di essere oggetto di discussione (quando invece dovrebbe certamente esserlo).
È ovvio che le valutazioni sull’argomento possano essere diametralmente opposte, indipendentemente dall’età e che, per esprimere giudizi sensati negli specifici campi nei quali la “rivoluzione” tecnologica va impattando, occorrano competenze che possono possedere allo stesso modo persone di generazioni differenti: ad esempio per interrogarsi con cognizione di causa in merito ai cambiamenti che potrebbero delinearsi in futuro, a seguito di un utilizzo del cervello e del corpo tanto diverso rispetto al passato (stiamo delegando molte funzioni alle macchine), oppure per valutare l’impatto ambientale di una qualsiasi tecnologia…
Nessuno ama farsi dire ciò che deve fare, come ben sanno i giovani, ma oggi alcune cose vengono imposte a chiunque senza apparenti forzature, magari puntando sui bisogni di integrazione e apprezzamento comuni ad ogni età o proponendo qualcosa di piacevole nell’immediato. Da sempre la società detta regole agli individui al fine di garantire la convivenza al proprio interno, perseguendo al tempo stesso gli obbiettivi condivisi; il problema è che oggi il dibattito attraverso il quale gli obbiettivi e le regole dovrebbero emergere è ostacolato, nel confondersi di traguardi legittimi sotto il profilo commerciale e di finalità auspicabili invece dal punto di vista sociale.
Distinguere la popolazione in fasce generazionali, sottointendendo che vi appartengano persone con un’analoga visione del mondo, per poi magari operare un’ulteriore suddivisione in base al fatto che si siano o meno adeguate alla logica imperante è funzionale solo allo scopo di affossare il malcontento, ridicolizzando il potenziale dissenso. Chi, se non i meno giovani (che hanno vissuto una quotidianità così diversa rispetto a quella odierna) potrebbe disporre di adeguati termini di paragone per valutare ad esempio i ritmi di vita o le modalità diverse di svolgere le medesime mansioni?
Ecco perché questo dare del boomer con sufficienza non è poi così innocuo come potrebbe sembrare.
Serena Nascimben