Partecipanti:
Ezio P., Mario Cerato, Renzo
Percorso:
Fontanelle, Fontana Due, percorso non conosciuto, Boves, Fontanelle (24 Km)

È ancora un’altra domenica con notevole scarsità di partecipanti, ci ritroviamo alle 8 e 30 solite solamente io ed Ezio.
C’è stato un attimo di tentennamento subito superato, sulla macchina c’era già il portabici montato così ho proposto “Andiamo a fare un giro nuovo in una zona nuova, Fontanelle?”
L’idea mi era venuta in quanto avevamo fatto una perlustrazione da quelle parti proprio il giorno prima con Marco C. ed un suo amico di Cuneo.
Carichiamo le bici sul 131 rosa e ci dirigiamo verso Fontanelle passando per Borgo ed una volta giunti parcheggiamo
in prossimità del Santuario.
All’inizio della salita c’è un cartello che riportava una piantina molto dettagliata della zona e consigliava tre percorsi di diversa difficoltà, ma naturalmente visto il nostro allenamento abbiamo scelto il percorso impegnativo.
L’unica difficoltà era orizzontarsi sulla cartina visto che non avevamo la benché minima conoscenza della zona.
Partiamo su per la salita che si inerpica già all’inizio.
Si procedeva lentamente ma con tenacia e le gambe di entrambi ci consentivano di affrontare bene la ripida salita sempre asfaltata.
Giungiamo alla strada sterrata con un discreto affanno ma subito messo sotto controllo.
Da quel punto la strada procedeva in piano, a volte incontravamo una leggera salita, quello che più colpiva era la pulizia con cui era tenuto il posto, non si vedeva per terra né una lattina o un sacchetto di plastica.
Avanzavamo lentamente, senza la minima fatica per quelle stradine curate, avevamo quasi l’impressione di partecipare ad un viaggio organizzato ed Ezio ha manifestato apertamente e con molta delusione le sue impressioni “È un giro da principianti”.
La natura, quasi avesse sentito, si è ribellata a questa affermazione offrendoci una serie di salite una peggiore dall’altra.
E dopo la prima ed indispensabile pausa, con il cuore che batteva all’impazzata e l’affanno che ci faceva sbuffare come locomotive a vapore gli ho detto, canzonandolo “È un giro da dilettanti, eh!!”.
E dopo un paio di tornanti, ci siamo proprio dovuti fermare per riposarci perché la salita era veramente dura e non dava un attimo di tregua.
Ci siamo così fermati in un piazzale, dalla quale si poteva vedere un bellissimo panorama composto da una lunga serie di montagne sovrastate dalla vetta del Monviso.
C’erano inoltre una piccola nicchia con un intarsio in legno raffigurante una Madonna stilizzata ed una grossa stella dei venti dipinta a mano riportante le varie direzioni.
Avremmo volentieri mangiato qualcosa ma, alla partenza, non ci eravamo procurati niente.
Dopo un po’ riprendiamo la salita che in quel punto aveva forse la massima pendenza.
Dopo circa 200 metri ci siamo nuovamente fermati, sia l’affanno che la stanchezza ce lo imponevano, ed abbiamo colto l’occasione per dirigersi verso un gruppetto di persone per chiedere informazioni.
Uno di loro era in rampichino e sembrava il più pratico della zona, ci ha anche assicurato che il pezzo più duro era stato fatto e non ci rimaneva altro che percorrere una strada di cresta per poi ridiscendere.
Ripartiamo, ed in effetti dopo un paio di tornanti la strada si appiana completamente, passiamo a fianco di due semplici ma bellissime casette.
A quel punto c’era una serie di divertenti saltini, Ezio si cimenta superandoli con disinvoltura dopodiché si gira un attimo per dirmi che gli erano proprio piaciuti, è stato sufficiente quell’attimo di distrazione per raddrizzare la curva non vista e cadere pesantemente sul recinto.
E così mentre si alzava constatando i danni sia personali che alla bici, veniamo raggiunti dal signore in rampichino che poco prima ci aveva dato ragguagli sul percorso da fare.
Dopo un veloce scambio di convenevoli, decidiamo di procedere insieme, lui davanti pratico della zona e noi a ruota subito dopo.
Dopo alcune rampe di ripida salita giungiamo ad un piazzale dove confluivano sia il nostro sentiero che un tratto di strada asfaltata e dopo tale incrocio ognuno riprendeva separatamente il proprio corso.
Noi continuiamo ancora sul tratto sterrato, osservando dall’altro una bellissima valle che si apriva sotto di noi con al centro il paese di Roccavione.
Continuiamo ancora per la salita resa ancora più dura dalla stanchezza che ormai cominciavamo ad accumulare, l’ordine adesso era mutato, Ezio in testa procedeva apparentemente senza fatica, dietro c’ero io che me la prendevo comoda e dietro di me c’era il signore da poco conosciuto che procedeva ad una andatura ancora più comoda della mia.
Ezio giunto ad un bivio si ferma aspettandoci non sapendo da che parte andare.
Ci fermiamo per ricomporre il gruppo e quel signore ci fa un bel complimento “È bello vedere dei giovani che si impegnano con volontà in queste cose” e prima di ripartire si chiacchiera un po’ sulla comune passione che in quel momento ci legava al di là del fatto che ancora non ci conoscevamo e ci davamo del lei.
Dopo esserci riposati un po’ ripartiamo su apprestandoci ad affrontare l’ultima ed impegnativa rampa che ci separava dal tratto di cresta prima della discesa finale.
È ancora Ezio che a mo’ di bertuccia affronta la salita, seguito da me e dal signore che avanzava ad andatura più lenta per non aumentare il respiro rischiando l’affanno.
E così finalmente termina anche la salita, una ampia valle dal lato di Boves si apre dinanzi a noi.
Percorriamo un tratto di leggera salita in falso piano prima di giungere alla discesa vera e propria.
A quel punto eravamo veramente sfiniti e quella discesa giungeva pennello.
Ci siamo comunque stancati anche in discesa in quanto molto ripida e coperta di ghiaia, la nostra attenzione ai freni doveva essere massima per non slittare sulla ghiaia oppure in caso contrario acquistare eccessiva velocità.
Giunti ad una frazione, vediamo una fontana sulla quale io ed Ezio ci avventiamo senza un minimo di dignità.
Dopo un po’ veniamo raggiunti dal signore ed ancora una volta ci mettiamo a discorrere, era facile intendersi data la comune passione vissuta forse con la medesima intensità.
Continuavamo a dargli del lei quando se ne esce con una frase molto bella per rompere il ghiaccio “Diamoci pure del tu, tanto siamo qui per cercare la stessa cosa”.
Riprendiamo ancora a scendere con molta prudenza, tra un tornante e l’altro, facendo sempre attenzione a non slittare sulla ghiaia.
Giunti su strada asfaltata è il signore a guidare il terzetto, che procedeva a velocità decisamente sostenuta.
Ad un suo cenno abbandoniamo la strada asfaltata svoltando bruscamente a sinistra e percorrendo uno stretto sentiero che la costeggiava.
Si vedeva che quel tratto lo conosceva a menadito, infatti procedeva a velocità sostenuta impostando bene le curve e scansando con una certa sicurezza le grosse pietre che ogni tanto si paravano improvvisamente davanti a noi.
Noi d’altro canto lo seguivamo a breve distanza, senza farci distaccare, ricalcando esattamente la scia da lui percorsa, e ci rendevamo conto che i molti giri fatti fino ad oggi ci hanno dato una notevole esperienza ed un discreto adattamento ai diversi tipi di terreno che si possono incontrare.
Terminiamo questa breve corsa quasi in prossimità di Boves, luogo in cui ci salutiamo, ci presentiamo ed abbozziamo ad un possibile incontro in rampichino per il futuro.
Così Ezio ed io ormai stremati cominciamo a percorre il tratto finale che da Boves ci avrebbe condotti a Fontanelle e quindi alla macchina.
Durante il tragitto un gruppo di allegri ciclisti e cicliste scampanellando ci ha salutati infondendoci quel tanto di coraggio e forza per dare le ultime pedalate
A Fontanelle carichiamo le bici e percorriamo il tratto finale in macchina, la quale essendo stata al sole sembrava un forno.
Concludiamo in due questo giro iniziato blandamente ma terminato con la speranza di vedere nuovamente il signor Mario di Boves.
Sono passati solo una trentina d’anni (per qualcuno una trentina di Kg) da quando la Domenica mattina ci si incontrava con le MTB.
Piccole escursioni che venivano annotate su un diario, le copie distribuite ai partecipanti, allora non c’era internet, non c’erano ammortizzatori e come si vede dalle foto non c’erano neanche le macchine digitali,
Tanta voglia di pedalare e di stare insieme…
Fortunatamente una copia del diario è rimasta!!!
Bei ricordi…
Uno dei problemi delle nostre MTB era il surriscaldamento dei pattini freno.
L’esperienza ci aveva insegnato ad evitare frenate continue ma dosare sull’anteriore e posteriore alternativamente per evitare di prendere velocità e non surriscaldare i freni.
Problema risolto dai freni a disco disponibili anche in Kit, naturalmente trent’anni dopo.